Vita da freelance #1: di mutui, maternità, P. Iva e Sticazzi

Ed eccoci qua: questo è il primo episodio della nuova rubrica “Vita da freelance”. Perché ho deciso di condividere questi pensieri? Perché certe volte dare voce a quello che accade è vitale. Anche per sentirsi meno soli. Se è capitato anche a te ti aspetto, raccontamelo nei commenti. Questi sono appunti di qualche anno fa. Adesso è tutto diverso, ma quello che ho scritto rimane vero ancora oggi. Ecco dunque, Vita da freelance #1: di mutui, maternità, P. Iva e Sticazzi.

Vita da freelance: tra mutui, maternità e mal di testa

Ieri è stata una di quelle giornate che o prendi subito un Brufen prima di andare a letto o sai già che passerai tutta la notte col Pagnottello in braccio e un mal di testa che ti trafigge come una spada laser che Darth Vader scansate.

Siamo stati in banca per chiedere un mutuo per acquisto prima casa. Hai presente quando ti decidi a fare quelle cose da grande perché se non lo fai adesso non lo fai mai più e poi in effetti sei grande, e poi però sei un povero diseredato che arriva a stento a fine mese? Ecco una cosa del genere. Sognamo in grande perché ci hanno insegnato così e poi la realtà ci viene incontro come la trave del letto a castello, che se non la becchi con la testa di sicuro ci urti la base del collo perché ancora non hai preso bene le misure. Ecco noi della mia generazione siamo tutti così, a parte qualche fortunato: non abbiamo ancora ben preso le misure. Vogliamo tutto e ci possiamo permettere poco.

“Dunque parliamo di lei Silvia: qui leggiamo che è una p. Iva: di cosa si occupa precisamente?” – Esordisce così a bruciapelo l’impiegata più matura delle due che ci stanno di fronte, e io vado in panico perché proprio non me l’aspettavo. Non mi aspettavo innanzitutto che mi rivolgessero la parola. Mi ero messa il cappotto buono, avevo fatto lo sforzo di truccarmi con due figli attaccati alle gambe, avevo ingioiellato le mani con tutti i miei averi per fare un po’ la ricca dei poveri ma poi stop. Poi basta, non mi aspettavo che sarei stata la protagonista. Che mi avrebbero intervistata sulla mia vita da freelance. Chessò pensavo che avrebbero rivolto la parola al marito o almeno al consulente finanziario che era lì per questo dopotutto. E invece no, la protagonista sono proprio io.

Silvia Camilleri content manager Milano – vita da freelance: DI MUTUI, MATERNITÀ , P. IVA E STICAZZI

“Vediamo che nel 2021 non ha fatturato, il suo reddito conta come zero, come mai?” – E come mai: ho procreato un Pagnottello arricchendo la Patria di un nuovo membro, ecco perché.

“Ma perché un anno di maternità? le libere professioniste di solito non prendono tutto un anno, ricominciano prima”- Chi mi conosce sa che io ho parole a profusione solo a posteriori, sul momento sono semplicemente passivo aggressiva o al massimo entro in modalità coccolosa sperando che il predatore davanti a me mi prenda in simpatia e decida di non sbranarmi.

Il paradosso del lavoro autonomo al femminile

Come spiegare che hai fatto due figli uno dietro l’altro, che sì con il primo hai continuato a lavorare anche dentro la sala parto, anche mentre allattavi, anche quando era ricoverato, però con il secondo proprio non ce l’hai fatta. Perché c’è stata una pandemia di mezzo, perché invece che uno adesso sono due, perché non dormi da quasi due anni, perché ad ogni raffreddore te li sei ritrovati in casa, perché non ha senso pagare una babysitter che guadagnerebbe quasi più di te, perché i nonni non sempre possono, perché ci smazziamo tutto da soli, perché hai fatto due figli perché ci credevi e hai dato priorità a loro, perché, perché, perché. Una montagna di perché, di giustificazioni, di sensi di colpa, una valanga di parole per fammi pensare alla fine “è vero avrei potuto fare di più, c’è chi allatta e intanto fattura e io invece no, sono una merda”.

Sul momento non ho accusato il colpo e sono stata difesa da chi mi stava accanto, ma poi la notte ha portato consiglio e mentre alle quattro facevo Pac-Man in giro per casa con il Pagnottello a traino ho realizzato tutto. Uno dei maggiori risvolti del fatto di non dormire è che hai un sacco di tempo per pensare, oltre che per imprecare o pregare… quello dipende.

Ho ripensato a questi ultimi cinque anni, alla mia esperienza di maternità. E poi ho pensato ai miei anni da lavoratrice pseudo assunta e poi libera professionista. Ho pensato alla prima volta che mi hanno pagato in nero avvolgendo 1.000 euro in un foglio della stampante da riciclare e mi hanno detto “mettili nel congelatore, dove vuoi, basta che non li versi in banca”. A quando ho dovuto aprire la p. Iva perché non mi avrebbero mai assunta e poi hanno provato a pagarmi dopo 60 giorni perché “adesso per noi sei come un fornitore”. Ho pensato a quando ho cercato un’alternativa ma non mi prendevano a fare la commessa perché ero laureata. Ho pensato a quando ero incinta e dovevo portare l’acqua da casa perché bevevo troppo. A quando mi è venuto il fuoco di Sant’Antonio per lo stress e ho deciso di non prendere il cortisone perché avevo paura di far male al bambino. A quando mi hanno detto “O ritorni a settembre o ciao” e io non sapevo dove mettere un bimbo di 3 mesi, ma non sapevo neanche come avremmo fatto ad andare avanti con uno stipendio soltanto. Ho pensato a tutte le corse in taxi da porta Garibaldi a via Benedetto Croce perché la cliente non mi lasciava andare e il posto al nido era solo fino all’una e mezza. A tutte le volte che mi hanno rimproverata perché arrivo sempre all’ultimo a prendere i figli a scuola. Ho pensato a queste e a tante altre cose. Insomma ho pensato tanto, forse anche troppo.

Ripensando alla vita da freelance: sai che ti dico?

Potrei buttarla sul femminismo, non so. O sulla triste considerazione che a giudicarmi, ferirmi e deridermi sono sempre state altre donne, altre madri, altre incasinate croniche come me. Potrei buttarla sulla protesta sociale, sul lamento, sull’ingiustizia. E invece no, non ne ho voglia.

STICAZZI.

Forse semplicemente voglio mettere nero su bianco tutto questo, abbracciare tutta questa storia incasinata piena di sensi di colpa e inadeguatezze. Ho bisogno di accogliere queste onde che si abbattono sulle mura di un faro in mezzo al mare. A volte sono lente e ripetitive come quando ti rendi conto che la tua vita si gioca tutta tra una lavatrice e i piatti da mettere in lavastoviglie; a volte sono onde violente di tempesta: ti lasciano appena il tempo di respirare, annegano gli occhi e sembra che ti vogliano spezzare. Ma tu sei lì e continui a fare luce. Così, come puoi, come riesci, per tutto il resto: sticazzi.

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